Il Def e la tassa sugli affitti brevi (o tassa AirBnB) 
articolo sulla nuova normativa introdotta dal def, imposta sugli affitti brevi (tassa airbnb), turismo ricettivo nel web

Tassa sugli affitti brevi (o tassa AirBnB)

Il Consiglio dei Ministri il 24 aprile 2017 ha approvato il Def (Documento di economia e finanza) contente tutte le manovre che il nostro Governo ha intenzione di mettere in atto nei prossimi mesi. Le misure prese in considerazione hanno lo scopo di correggere i conti e di ottenere un aumento del PIL, nel 2017, maggiore di quanto fosse previsto in precedenza. I settori in cui agisce il Def variano dal Reddito di inclusione, per contrastare la povertà, fino all'aumento delle accise sui tabacchi e sui giochi d'azzardo.

Per quanto riguarda la tassa AirBnB sugli affitti brevi, il Def, impone agli intermedari immobiliari (comprese le piattaforme di prenotazione online, vedi AirBnB o Booking.com) ad operare come sostituti d'imposta, ovvero a trattenere una ritenuta del 21% sui canoni di locazione all'atto dell'accredito. L'intermediario dovrà poi versare la ritenuta all'Erario ed emettere un documento di certificazione unica (CUD) del proprietario della struttura ricettiva.


La situazione precedente al Def

Le locazioni brevi (dal punto di vista fiscale sono quelle inferiori ai 30 giorni) erano considerate come non assolventi alle funzioni residenziali e pertanto non erano obbligate alla registrazione. Le leggi alle quali erano sottoposte erano quelle del Codice Civile, che erano caratterizzate da pochi e brevi articoli dalla massima libertà contrattuale. La conseguenza più diretta era, ed è tutt'ora, l'elevatissima quantità di abusivismo ricettivo. Per ulteriori informazioni e numeri sulla piaga dell'abusivismo si faccia riferimento agli articoli Il mondo abusivo attorno ad AirBnB e ISTAT, statistiche a caso.
La situazione si è per di più notevolmente aggravata negli ultimi anni, con l'esplosione dell'uso dei portali di booking online, che hanno allargato a dismisura il numero di strutture ricettive ed il giro d'affari collegato all'attività turistica. Ovviamente operando in gran parte in nero e tramite concorrenza sleale verso le strutture che invece sono regolari.


La nuova normativa imposta dal Def

Dal 1 giugno 2017 entreranno in vigore le norme previste dal Documento di economia e finanza. Alle locazioni turistiche di tipo breve, si potrà applicare la cedolare secca del 21%, che andrà eventualmente a sostituire l'Irpef e l'imposta di registro. Sarà comunque il proprietario che potrà scegliere, tramite una comunicazione all'Agenzia delle Entrate, se utilizzare l'Irpef o la cedolare. Il fatto che l'aliquota minima dell'Irpef sia del 23% implica che la scelta della cedolare dovrebbe essere sempre la più conveniente.

Per quanto rigurda gli intermedari, il def stabilsce alcuni obblighi:

  • 1. Invio all'Agenzia delle Entrate di una comunicazione nel momento in cui viene stipulato un nuovo contratto. La sanzione in caso di mancato invio va dai 200 ai 2000 euro.
  • 2.Trattuenuta del 21% sui proventi della locazione turistica e versamento all'Erario tramite il modello F24 (nel caso in cui il proprietario abbia scelto l'opzione della cedolare).
  • 3.L'intermediario dovrà inviare ai proprietari delle locazioni turistiche la Certificazione unica annuale in cui saranno evidenziati gli importi pagati, seguendo le modalità dell'articolo 4 del Decreto legislativo 322/98.


AirBnB negli Stati Uniti

Negli Stati Uniti la gestione delle tasse e dei pagamenti nel settore del turismo ricettivo appare molto più semplice ed efficiace rispetto al caso italiano. Si faccia riferimento a ciò che è obbligato a fare AirBnB negli Stati Uniti.
Se il proprietario è americano, AirBnB trattiene il 28% dei compensi e rimette tale importo direttamente all'IRS (il fisco americano). Per evitare che AirBnB trattenga questa percentuale il proprietario deve inoltrare i propri dati ai fini fiscali, solo in questo caso il portale non fa da sostituto d'imposta.
Nel caso in cui il proprietario abbia un alloggio negli Stati Uniti ma non sia cittadino americano, la logica del prelievo fiscale rimane sempre la stessa, cambia solo l'importo percentuale, che sale al 30%. A fine anno poi AirBnB presenterà al proprietario i guadagni e il relativo importo totale trattenuto su un modulo chiamato 1042-S.


Problematiche che si possono presentare in seguito all'entrata in vigore della tassa AirBnB sulle locazioni brevi

  • 1. La cedolare secca al 21% in passato è stata pensata per incrementare il livello di legalità, agevolando i locatori e gli affittuari da un punto di vista fiscale. In parole povere l'opzione della cedolare secca ha lo scopo di diminuire la percentuale di aliquota imponibile nel caso in cui il locatore si impegni a non aggiornare il canone di locazione (affitto).
    Con l'introduzione della nuova normativa la cedolare secca però andrà ad agevolare anche i locatori turistici a breve termine, di fatto sottraendo immobili a chi nelle strutture ci deve vivere e non soggiornare momentaneamente. Per altre informazioni vai all'articolo Abusivismo ricettivo: Airbnb e gli altri.
  • 2. La situazione delle piattaforme di prenotazione online è assai eterogenea, esistono difatti vari portali, ognuno dei quali è specializzato in settori e servizi differenti. La nuova tassa sugli affitti brevi nasce per gestire principalmente il portale AirBnB, che è il sito di prenotazione online più utilizzato in Italia. Il problema è che AirBnB è caratterizzato dal fatto che espone al suo interno solo un certo target di servizi, cioè gli affitti di alcune tipologie di strutture ricettive (Bed and Breakfast, case vacanze ecc.), ma esiste una grande varietà di altri siti online più generici. Ad esempio, siti come eBay e Subito.it vendono al loro interno innumerevoli beni e servizi, tra cui gli affitti delle locazioni turistiche. In questi casi risulterebbe praticamente impossibile riuscire a gestire la tassa AirBnB, in quanto nessuno, probabilmente nemmeno il gestore del sito specifico, sa esattamente a che tipo di categoria l'annuncio appartiene.
    Da ricordare inoltre è che alcune piattaforme di prenotazione online meno conosciute, ma comunque non trascurabili, potrebbero non avere sede in Italia e pertanto potrebbe essere alquanto difficile obbligarle a fare da sostituti d'imposta.
  • 3. La normativa che introduce il def si concentra solo sulle tasse che devono pagare i proprietari delle strutture ricettive ma non si preoccupa invece di quelle che dovrebbe pagare AirBnB. Per chiarire il concetto forniamo un po' di numeri:
    - AirBnB in tutto il mondo conta più di 2 milioni di annunci in più di 30 mila città, il tutto in rapida crescita.
    - Il fatturato è in crescita vertiginosa e si prevede arrivi ai 6 miliardi nel 2018.
    - L'italia è il terzo paese per numero di annunci all'interno della piattaforma, per cui contribuisce fortemente al business di AirBnB.
    - Le tasse pagate da AirBnB in Italia sono di soli 45 mila euro all'anno, una cifra irrisoria.

    La motivazione per cui AirBnB paga un importo così basso è dovuta al fatto che le transazioni commerciali sono gestite dalle filiali estere con tassazione ridotta (ad esempio l'Irlanda). In Italia è presente la sola società di nome AirBnB Italia che si occupa esclusivamente di marketing ed il cui capitale sociale è di appena 10 mila euro.